Natal: mito de fundação ou manifesto político?

Natal: uma mitologia?

A revista Riforma, n° 49, 19-12-2008, publicação semanal dos evangélicos batistas, metodistas e valdenses italianos, trouxe em sua última edição uma carta de um de seus leitores questionando a credibilidade do Natal, que mais parece, segundo sua opinião, uma lenda, um “mito de fundação”. Questionado pelo leitor, o teólogo Paolo Ricca, colaborador da revista, mais adiante, responde à carta.

Eis o texto em italiano, que pode ser encontrado aqui.

Natale: una mitologia?

L’avvicinarsi della festività della nascita di Gesù mi offre argomento per alcune osservazioni su questo tema, nel quale scorgo, a mio modo di vedere, importanti percentuali di mitologia. La leggenda del Natale, infatti, è riportata da due evangelisti – Matteo e Luca – ma in modi così divergenti da escludersi a vicenda.

Secondo Matteo la nascita di Gesù avvenne durante l’ultimo anno del regno di Erode il grande, da cui la strage degli innocenti (ne sarebbe stato capace), la fuga in Egitto, ecc. Sempre secondo Matteo, l’annunciazione fu data in sogno a Giuseppe, ultimo discendente della stirpe regale di Davide. Secondo Luca, invece, la nascita avvenne quando la Giudea era già dominio romano (almeno 10 anni dopo) e quindi soggetta al censimento voluto dall’imperatore Ottaviano Augusto. Inoltre, secondo Luca, Giuseppe discenderebbe da una stirpe sacerdotale nella quale compaiono tutt’altri nomi.

Una cronologia esclude l’altra. Ma non basta, perché in entrambe sono presenti elementi mitici: annunciazione angelica a Maria (non a Giuseppe e non in sogno), parto verginale, cori angelici, nascita in una stalla vuota (Luca), adorazione dei Magi guidati da una stella (Matteo) che va a fermarsi sopra la casa (non stalla) della natività. Tutte cose che fanno pensare a «miti di fondazione» come la leggenda di Romolo e Remo per la fondazione di Roma. Infatti le divergenze sopra dette sottraggono attendibilità storica ai racconti della natività e fanno pensare a una leggenda.

La cosa, di per sé, non avrebbe molta importanza (gli evangelisti Marco e Giovanni non ne parlano neppure) poiché quello che conta è il contenuto dell’insegnamento di Gesù, non le circostanze della sua nascita. Stiamo però attenti a non prendere per oro colato tutto ciò che dicono gli evangeli, nei quali, come ho detto, è presente anche una percentuale di mitologia (contraddittoria per di più).

Gradirei sapere se il prof. Ricca condivide o meno le mie osservazioni. Sergio Bilato – Verona

 

Condivido senz’altro le osservazioni del nostro lettore sulle divergenze notevoli (egli non le elenca neppure tutte!) tra le due tradizioni evangeliche sulla nascita di Gesù,Paolo Ricca - nasceu em 1936 contenute rispettivamente nei capitoli 1 e 2 di Matteo e nei capitoli 1 e 2 di Luca. A questi ultimi bisogna aggiungere la genealogia di Gesù collocata da Luca subito dopo il racconto del battesimo (3, 23-38), mentre in Matteo si trova proprio all’inizio della sua narrazione (1, 1-15): le due genealogie sono anch’esse molto diverse. Concordo anche, almeno in parte, con i dubbi del nostro lettore sulla attendibilità storica di questi «evangeli – o racconti – dell’infanzia» (come vengono chiamati dagli studiosi), non però nel senso di un dubbio radicale su tutto ciò che vi si trova, ma nel senso che in essi «l’interesse teologico domina su quello storico», come scriveva Giovanni Miegge già nel 1951. Questo significa che quei capitoli non mirano tanto a fornire dati storici accurati sulle circostanze e il luogo della nascita di Gesù, quanto piuttosto ad affermare due verità costitutive della fede dei primi cristiani: la prima è l’ascendenza davidica di Gesù, quindi la sua messianicità espressa nell’appellativo «Figlio di Davide» con il quale egli è spesso salutato dalla folla; la seconda è la divinità originaria della sua persona fin dalla nascita, quindi la sua qualità di «Figlio di Dio» (oltre che di Maria), acquisita non dopo il battesimo, o dopo la risurrezione, ma posseduta già nel concepimento.

Il lettore dell’evangelo dovrà dunque cercare in quei capitoli il loro significato teologico piuttosto che l’esattezza storica dei fatti narrati. Condivido infine l’osservazione del nostro lettore secondo cui i «racconti dell’infanzia» contengono alcuni elementi leggendari (egli dice «mitici»), a patto però che in questo caso per «leggenda» non s’intenda semplicemente «cosa inventata, non vera, puro prodotto dell’immaginazione», ma s’intenda l’elaborazione poetica di un fatto storico – la nascita di Gesù – elaborazione che non necessariamente deforma il dato storico, ma può metterne in luce aspetti nascosti. Non condivido invece il giudizio complessivo del nostro lettore sui «racconti dell’infanzia» nei quali egli ravvisa «importanti percentuali di mitologia» – se, come immagino, egli intende con questo termine un puro prodotto della fantasia religiosa dei primi cristiani, privo di qualunque consistenza storica, un «mito di fondazione» come quello di Romolo e Remo.

No, non credo che i «racconti dell’infanzia» siano un mito di fondazione. Perché no? Perché essi contengono almeno tre dati fondamentali sicuramente storici, e niente affatto mitici o leggendari.

(1) Il primo è il fatto che Gesù è nato, cioè «Gesù» non è un nome simbolico creato dalla primissima comunità cristiana per esprimere un suo progetto o una sua speranza, ma è il nome di una persona in carne e ossa, vissuta e morta in Palestina nei primi anni Trenta della nostra era. Ma dove è nato Gesù? Qui le tradizioni evangeliche sono diverse. I «racconti dell’infanzia» lo fanno nascere a Betlemme e questa tradizione non è del tutto priva di plausibilità storica. Ma è più verosimile che Gesù sia nato a Nazareth, indicata da Marco come la sua «patria» (6, 1), cioè, presumibilmente, il suo luogo di origine: lo conferma l’aggettivo «Nazareno» con il quale viene abitualmente chiamato.

(2) Il secondo dato sicuramente storico, e niente affatto mitico o leggendario, contenuto nei «racconti dell’infanzia» è l’identità dei genitori di Gesù: Giuseppe e Maria. Su questo non ci sono dubbi, qui non c’è posto per nessuna invenzione. Non è invece chiaro, nei testi evangelici, la natura della paternità di Giuseppe nei confronti di Gesù. Secondo le due genealogie (su questo sono concordi) si giunge a Gesù attraverso Giuseppe, che quindi è suo «padre». Ma in che senso? In senso fisico? Sembra di no, dato che Maria è costantemente designata come «vergine» o come «ragazza non sposata»: il termine greco ha i due significati, che però, nel quadro della società ebraica di allora, indicano la stessa realtà e implicano entrambi l’assenza di un rapporto sessuale prima della nascita di Gesù. Giuseppe è dunque «padre» di Gesù nel senso di una paternità legale, adottiva, non in quello di una paternità fisica.

(3) Il terzo dato sicuramente storico, e per nulla mitico o leggendario, contenuto nei «racconti dell’infanzia» è l’ebraicità di Gesù. Questi racconti, pur con tutte le loro grosse differenze (hanno però anche alcuni importanti punti in comune), provengono dalle stesso ambiente giudeo-cristiano, e perciò sono pieni di reminiscenze bibliche. Matteo interpreta vari passi dell’Antico Testamento come profezie degli avvenimenti che hanno preceduto e accompagnato la nascita di Gesù (1, 23; 2, 6.15.17); in Luca 1 e 2 invece l’Antico Testamento è presente quasi in ogni riga dei cantici di Maria, di Zaccaria e di Simeone. I due racconti sono quindi fortemente impregnati di spiritualità ebraica e descrivono bene l’ambiente religioso e sociale nel quale Gesù è nato e cresciuto. La sua patria, la Galilea, era malvista dalle autorità romane perché terra politicamente irrequieta, e dalle autorità religiose di Gerusalemme perché semipagana. La famiglia di Gesù però, come il resto della popolazione ebraica della regione, partecipava alle feste e liturgie del Tempio di Gerusalemme e coltivava la pietà degli anawim, i «poveri d’Israele». L’ebraicità di Gesù, fortemente sottolineata dai «racconti dell’infanzia», è fondamentale per capire la sua missione e la sua persona.

C’è dunque molta storia in questi racconti, ma c’è anche molta teologia e molta poesia. La teologia l’ho già indicata: annunciare che Gesù è il Figlio di Davide e come tale il Messia (Matteo), e che è «concepito di Spirito santo» e come tale Figlio di Dio (Luca). In fondo, i due racconti dell’infanzia non dicono altro che quello che dirà l’intera narrazione evangelica e che diranno Paolo (Romani 1, 3: Gesù Figlio di Davide) e Giovanni (Gesù Figlio di Dio). Ma lo dicono all’inizio, quasi come preludio o ouverture dell’evangelo, raccontando il fatto storico della nascita di Gesù in forme poetiche e con finalità teologiche. Non parlerei dunque di «mitologia», ma di teologia e poesia intrecciate a un nucleo storico fondamentale.

Giustamente il nostro lettore osserva che gli evangelisti Marco e Giovanni non parlano della nascita di Gesù. Per Marco l’evangelo comincia non con la nascita, ma con il battesimo di Gesù nel Giordano (1, 9-11). Giovanni si limita a dichiarare che «la Parola è stata fatta carne», senza precisare né come né dove. Nella sua narrazione, Maria compare per la prima volta alle nozze di Cana, al capitolo 2: il fatto di aver dato alla luce Gesù viene totalmente ignorato. Perché questo doppio silenzio? La ragione principale sembra essere questa: per quanto fondamentale, la nascita di Gesù non è, di per sé, un atto salvifico. Sono la sua morte e la sua risurrezione che salvano, non la sua nascita. Anche l’apostolo Paolo non dà alcun rilievo e non attribuisce alcun significato particolare alla nascita di Gesù, che egli menziona una sola volta, en passant, nella lettera ai Galati, dove parla di Gesù «nato da donna» (4, 4). L’importanza che la festa del Natale ha acquistato nel culto e nella pietà cristiana e che continua a mantenere anche nel nostro tempo così largamente secolarizzato, è sproporzionata rispetto al posto che la nascita di Gesù occupa nel Nuovo Testamento.

Del resto, come è noto, i primi cristiani non festeggiavano il Natale, anche perché né Matteo né Luca ci permettono di stabilire la data di nascita di Gesù. L’indicazione di Luca secondo cui, nella notte in cui Gesù nacque, dei pastori «stavano nei campi e facevano di notte la guardia al loro gregge», supponendo che sia attendibile, fa pensare a un periodo che va da marzo-aprile fino a novembre. Altre indicazioni non ci sono. Anche questo dimostra lo scarso interesse dei primi cristiani per la nascita di Gesù. Per loro, l’unico «giorno del Signore» era la domenica, cioè il giorno della risurrezione, non quello della nascita.

Ma allora, come mai è nato (tardivamente) il Natale? E perché è stato fissato al 25 dicembre? A queste domande risponde un volumetto del prof. Oscar Cullmann apparso nel lontano 1947, intitolato Il Natale nella chiesa antica e pubblicato in versione italiana curata dal pastore Franco Sommani già nel 1948. Eccone i dati essenziali.

[a] La prima traccia di una celebrazione del Natale di cui ci sia pervenuta notizia si trova nell’ambito di una scuola cristiana gnostica (quindi non ortodossa), quella di Basilide, fiorita dal 120 al 140 dopo Cristo. Il 6 gennaio di ogni anno Basilide e i suoi seguaci festeggiavano non già la nascita di Gesù, bensì il suo battesimo, nel quale ebbe luogo la sua «manifestazione» o «apparizione» come «Figlio di Dio», essendo così chiamato, e quindi costituito, dalla voce celeste. «Apparizione» in greco si dice epifanéia, da cui proviene il termine epifania, che cade appunto il 6 gennaio. Ma perché il 6 gennaio? Perché il quel giorno aveva luogo una festa pagana del dio Eone figlio della vergine Kore, collegata anche ai poteri speciali attribuiti alle acque del Nilo. Basilide volle sostituire la feste pagana con una festa cristiana: il vero Figlio di Dio, Cristo, manifestato come tale al battesimo, al posto del dio Eone, e le acque del giordano al posto di quelle del Nilo.

[b] La Chiesa d’Oriente, pur condannando Basilide per le sue dottrine gnostiche, adottò la sua festa, abbinando però alla memoria del battesimo di Gesù anche quella della sua nascita: questa si celebrava nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, mentre il giorno 6 si celebrava il battesimo. Possediamo una liturgia del Natale (nascita e battesimo) dell’inizio del IV secolo.

[c] Dall’Oriente la festa del Natale si spostò in Occidente, e qui la festa della nascita venne fissata il 25 dicembre, dissociandola da quella del battesimo che continuò a essere celebrata il 6 gennaio. Perché il 25 dicembre? Per la stessa ragione per la quale Basilide aveva scelto il 6 gennaio per celebrare il battesimo di Gesù, e cioè per sostituire una festa pagana. Qui la festa era quella del dio Sole, cara – sembra – tra gli altri all’imperatore Costantino, che la cristianizzò sostituendo il dio Sole con il «vero sole», Cristo. La festa del dio Sole era celebrata il 25 dicembre, ed ecco perché il nostro Natale cade in quella data.

Come si vede, la storia della festa di Natale è piuttosto complessa, per non dire complicata. Il racconto evangelico del Natale è invece limpido, lineare (nelle due diverse versioni di Matteo e di Luca), e straordinariamente bello, di una bellezza non solo poetica, ma spirituale. Per questo il Natale è diventato la festa cristiana più amata e più universalmente celebrata di tutte. È anche, ahimé, la più mondanizzata. Questo però non è un motivo sufficiente per non celebrarla, è piuttosto un motivo per celebrarla bene, cioè in semplicità d’animo e consapevolezza di fede, conservando la capacità di stupirci davanti alla grandezza di Dio diventato per amore nostro così piccolo (le sue vie non sono le nostre vie) e cercando di festeggiare non noi stessi (i nostri affetti, la gioia di rivedersi, riabbracciarsi e trascorrere insieme bei momenti conviviali), ma Gesù che è venuto a cercarci, per essere lui la via della nostra vita.

Tratto dalla rubrica Dialoghi con Paolo Ricca del settimanale Riforma del 19 dicembre 2008.

 

BORG, M. J.; CROSSAN, J. D. O primeiro Natal: O que podemos aprender com o nascimento de Jesus. Rio de Janeiro: Nova Fronteira, 2008Por outro lado, acaba de sair em português o livro de BORG, M. J.; CROSSAN, J. D. O primeiro Natal: O que podemos aprender com o nascimento de Jesus. Rio de Janeiro: Nova Fronteira, 2008, 304 p. – ISBN 9788520921470.

Original inglês: The First Christmas: What the Gospels Really Teach About Jesus’s Birth. New York: HarperOne, 2007, 272 p. – ISBN 9780061430701

Para os autores, “o tema comum por trás das narrativas [do nascimento e infância de Jesus] é a rejeição do projeto imperial de Roma, que dominava um quarto da população do planeta na época, em favor de um projeto alternativo para a humanidade, representado por Jesus e seu evangelho. ‘As histórias do primeiro Natal são, em geral, anti-imperiais. Em nosso contexto, isso significa afirmar, seguindo as histórias da natividade, que Jesus é o Filho de Deus (e o imperador não é), que Jesus é o Salvador do mundo (e o imperador não é), que Jesus é o Senhor (e o imperador não é), que Jesus é o caminho para a paz (e o imperador não é)’, escrevem os autores”, explica Reinaldo José Lopes na reportagem Histórias bíblicas de Natal têm viés político, diz pesquisa, publicada no G1 em 22/12/2008 – 09h32.

Leia o texto completo.

Paulo de Tarso: tema de capa da IHU On-Line

Paulo de Tarso: a sua relevância atual

Este é o tema de capa da edição 286 da IHU On-Line, publicada ontem, 22/12/2008.
As entrevistas:

  • Hermann Häring: Paulo, o universalismo e a Ética Mundial
  • Alain Gignac: A redescoberta de Paulo pela pós-modernidade
  • Rémi Brague: Antecipando os slogans da modernidade
  • Jean-Claude Eslin: O universalismo paulino
  • Jerome Murphy O’Connor: Paulo: um novo sentido para a igreja de hoje
  • Maria Clara Bingemer: Paulo e a Carta aos Romanos: a Igreja e a Sinagoga
  • Diane Kuperman: Fraternidade judaico-cristã: a busca pelo diálogo
  • Eduardo Pedreira: Um plantador de igrejas

Veja todas as edições da IHU On-Line.

II Simpósio de Teologia da PUC-Rio aborda Paulo

O II Simpósio Internacional de Teologia da PUC-Rio acontecerá de 31/3/2009 a 02/4/2009 e terá como tema Paulo Apóstolo, diante do Judaísmo e do Helenismo.

Fazem palestras ou participam de debates especialistas como: Florentino García Martínez (Lovaina), Edgard Leite Ferreira Neto (UERJ), Milton Schwantes (UMESP), Jesus Hortal Sanchez (PUC-Rio), Romano Penna (Roma), Johan Konings (FAJE-BH), Cláudia Andréa Prata Ferreira (UFRJ), Henrique Fortuna Cairus (UFRJ), Dom José Antônio Peruzzo (Bispo de Palmas – PR), André Leonardo Chevitarese (UFRJ), Marta Braga (UCP) e Ricardo Lengruber (BENNETT).

Paulo de Tarso: um mestre que faz pensar?

A redescoberta de Paulo pela pós-modernidade. Entrevista especial com Alain Gignac

Alain Gignac é enfático ao dizer que a redescoberta de Paulo de Tarso pela pós-modernidade se dá em dois sentidos. “Paulo alimenta a (pós)modernidade, e esta permite redescobrir Paulo”. Um mestre que faz os filósofos ocidentais pensarem, mesmo os ateus. “Para todos esses filósofos, a leitura das cartas foi determinante como catalisador de seu próprio pensamento – que não se situava necessariamente na linha de Paulo e, mesmo seguidamente se opunha a ele”. E Paulo nos confronta na época de individualismo e consumismo exacerbados em que vivemos, provoca Gignac: “Na história da literatura, trata-se do primeiro escritor a se expressar em ‘eu’ com tal força. Mas o ‘eu’ de Paulo é livre e inscrito em uma comunidade, não é individualista e isolado, nem escravo e alienado”.

Enquanto forem ligadas, suas cartas continuarão nos forçando a refletir. Por isso, “não há momento propício para ler Paulo, mas ao contrário, a leitura de Paulo pode criar um momento propício, o momento capaz de criar o novo”. Analisando as críticas de Nietzsche a Paulo, Gignac aponta que o filósofo alemão “dissocia Jesus e Paulo para opô-los e para atacar o apóstolo se servindo de um Jesus que lhe convém”. E completa: “O cristianismo não está fundado em Jesus, mas no Cristo – ou seja, uma interpretação pascal da vida e da morte de Jesus”. A respeito da morte na cruz, o teólogo destaca que Paulo sabe que esta é uma “morte vergonhosa, mas ele está longe de dizer que se trata de uma morte gloriosa. Paulo não exclui o sofrimento nem o escândalo da morte. Sua retórica não visa à sublimação, mas marca fortemente o paradoxo”.

Gignac é professor assistente na Faculdade de Teologia e Ciências da Religião da Universidade de Montreal, do Canadá, desde 1999, onde leciona Novo Testamento. Especializado no corpus paulino, ele interessa-se pelos métodos de análise sincrônica (retórica, estrutural, narratológica e intertextual) e os seus impactos hermenêuticos. A sua investigação Ler a Carta aos Romanos hoje, subvencionada pelo governo canadense, propõe-se reler os romanos com estes métodos, mas também sobre o horizonte do questionamento moderno/pós-moderno: como o escrito paulino propõe uma identidade e um agir no seu leitor? De sua produção acadêmica, citamos Juifs et chrétiens à l’école de Paul de Tarse. Enjeux identitaires et éthiques d’une lecture de Rm 9-11 (coll Sciences bibliques 9, Montréal, Médiaspaul, 1999, 342 p.). A entrevista foi concedida por e-mail, com exclusividade à IHU On-Line. Os subtítulos são nossos.

 

A entrevista

IHU On-Line – Como a leitura das Cartas aos Romanos propõe uma identidade e um agir em seus leitores?

Alain Gignac – Para além dos efeitos retóricos, as cartas de Paulo se apresentam como um discurso que constrói a realidade. Constantemente, Paulo trabalha dois eixos que devem se coordenar: identidade e agir, indicativo e imperativo, visão do mundo e valores que se ligam uns aos outros: “Eis o que sois – o que somos! Agis em conseqüência”. Este jogo de linguagem pode ser analisado sobre dois planos: a enunciação e os enunciados.

Sobre o plano da enunciação, o leitor é convidado a tomar partido, em um jogo de pronomes particularmente perigoso. Há um “eu” (1a pessoa) que se dirige a um “tu” ou a um “vós” (2a pessoa, singular ou plural) em relação a um terceiro ao mesmo tempo ausente e muito presente: Cristo (que ocupa o lugar da 3a pessoa). Para complicar as coisas, “eu” se faz algumas vezes solidário de “vós” e passa assim ao “nós”. Ainda que se saiba, historicamente, que “vós” corresponde aos destinatários de Paulo (as comunidades que ele fundou), não impede que o leitor que abre o texto hoje seja influenciado por este dispositivo enunciativo. Ainda que ele possa resistir, ele é interpelado a se sentir concernido por este “vós”, ainda mais que o “eu” que toma a palavra o faz com grande intensidade. Ao longo das cartas, o “eu” paulino busca expressar a força, a profundidade do pertencimento de “vós” ao Cristo: “Vós estais em Cristo, viveis em Cristo, o Cristo está em vós”. Isto revela a intensidade. Em outras palavras, o leitor é conduzido pela enunciação do texto a identificar-se com este tipo de retrato-falado de “vós” que se constrói pouco a pouco ao longo da leitura. Ora, se o “eu” que se exprime nas cartas indica a “vós o que eles são, este “eu” não se constrange de lhes formular uma série de imperativos, de recomendações, de sugestões para balizar seu agir.

Novidade da experiência cristã

No plano dos enunciados, Paulo procura falar da novidade da experiência cristã. Como falar da inédita novidade da ressurreição com velhas palavras, gastas? Paulo não tem vocabulário adequado para descrever o que deve descrever. A partir dos materiais extraídos da cultura do século I, das escrituras judaicas e das tradições orais das primeiras comunidades cristãs ele vai criar uma nova linguagem. Isto feito, ele vai ainda contribuir para a construção de uma nova identidade para seus interlocutores. Por assim dizer, Paulo retrabalha o material, o desconstrói e compõe assim uma nova mensagem.

Romanos 3,21-26 é um bom exemplo do procedimento. Esta passagem fala da justificação pela fé. Paulo encadeia quatro metáforas saídas de quatro registros diferentes: 1) Registro jurídico: a justiça de Deus se manifesta sem a lei, fora da lei. Esta primeira metáfora é também um oxymore, pois uma justiça é inconcebível sem uma lei. A justiça de Deus é estranha, ela se situa para além de nossas concepções humanas da justiça. Ainda mais que, para ouvidos gregos, “ser justificado” tem conotações de condenação (equivalente à expressão francesa “passar em justiça”), enquanto que em Romanos 3, 21-26, isto se torna sinônimo de salvação; 2) Registro litúrgico: esta manifestação da justiça é análoga (ao mesmo tempo semelhante e diferente) ao ritual do Yom Kippour descrito em Levítico 16. A morte de Jesus funciona como um rito anual de renovação da aliança inscrito no Antigo Testamento, enquanto o Grande padre irrigava o arco da aliança de sangue; 3) Registro socioeconômico: a justiça de Deus revelada pela fidelidade de Jesus até a sua morte lembra a alforria do escravo pelo seu dono. Paulo utiliza um exemplo comum da vida cotidiana na Antiguidade para descrever a ação de Deus em relação a “vós”. Metaforicamente, a identidade cristã é descrita como uma libertação da escravatura; 4) Registro da contabilidade: a justiça de Deus perdoa os erros como um banqueiro perdoaria repentinamente a dívida de alguém que se tornou superendividado.

Esta sucessão de metáforas tem um efeito estranho, ainda que sejam tiradas da linguagem de pessoas comuns. As quatro imagens se encadeiam rapidamente e se entrechocam. Elas dizem todas a mesma coisa e, ao mesmo tempo, não são perfeitamente compatíveis entre elas. Provocam um curto-circuito que convida a refletir, a se questionar e a redefinir, diante da nossa concepção de Deus. Para construir uma identidade nova (ou renovada), é preciso antes desconstruir a identidade primeira.

IHU On-Line – Qual é o principal desafio em ler Paulo de Tarso?

Alain Gignac – O principal desafio é ler Paulo tomando um distanciamento em relação às grandes leituras do passado, como a leitura luterana e a sua justificação pela fé – sem, todavia jogar esta herança na lixeira. Podemos ler o texto de Paulo sem um parâmetro preconcebido que aplica ao pé da letra uma dogmática ou uma ideologia predefinida? Podemos fazer de Paulo não um mestre de pensamentos prontos, mas um mestre que faz pensar? De toda forma, Paulo não tem um bom vocabulário, como eu disse acima. Ele é o primeiro cristão a colocar palavras sobre a sua fé, e precisa tudo reinventar. Além do mais, procura responder aos problemas concretos que vivem as comunidades. Não se trata de um teórico ou alguém que vive na abstração. Paulo de Tarso responde a perguntas difíceis – mas não tem as respostas. Tenta encontrá-las, mas chega somente a vestígios parciais. Seu pensamento se constrói e se elabora diante de nós. Não é fácil entendê-lo. A “imperfeição” pode provocar certas frustrações, mas pode tornar-se uma maravilhosa escola. Como podemos fazer o mesmo trabalho criativo, para reinventar o vocabulário cristão possível de expressar hoje a identidade cristã? E como articular esta identidade com um agir de transformação?

Confesso aqui, tomando consciência de meus propósitos, que há talvez uma perspectiva (pós)moderna na minha resposta: minha preocupação em entender o questionamento de Paulo, aceitando antecipadamente que tudo não será coerente, que não poderei encontrar um centro em sua teologia, que não terei a resposta perfeita para as minhas questões sobre o humano e sobre Deus lendo Paulo…

Para ilustrar o que eu exprimo aqui, pode-se novamente retornar aos Romanos 3, 21-26 – um texto- chave de Paulo e da história da interpretação. As quatro metáforas utilizadas por Paulo, das quais somente uma é verdadeiramente tirada de sua formação teológica farisaica (referência ao Yom Kippur), foram soldadas juntas, chocadas violentamente, homogeneizadas. E elas deram origem a uma linguagem teológica: justificação, sacrifício expiatório, redenção, perdão dos pecados, palavras que transportam agora com elas sua bagagem de conceitualidade. Como ler imagens de Paulo, não mais como uma linguagem técnica teológica, que acreditamos captar de imediato, mas em sua vivacidade original? Como redescobrir o choque que sua amálgama constitui? Como perceber com acuidade que o texto procura primeiro dizer… que ele não sabe como dizê-lo? Eis todo um desafio.

IHU On-Line – Podemos falar em uma redescoberta de Paulo de Tarso pela pós-modernidade?

Alain Gignac – Esta descoberta se faz em dois sentidos. Paulo alimenta a (pós)modernidade, e esta permite redescobrir Paulo. Um livro recentemente publicado no quadro dos trabalhos do Romans Through History and Cultures Seminar(1) é esclarecedor a este respeito. De um lado, pensadores, no movimento direto ou não da (pós)modernidade, lêem as cartas de Paulo – os nomes mais marcantes são Jacob Taubes, Slavoj Žižek, Giorgio Agamben, Alain Badiou. O mínimo que se pode dizer é que estes autores muito perspicazes e muito penetrantes – que têm a sorte de não terem feito estudos em teologia (!) – nos fazem redescobrir Paulo! De um lado, utilizam-se muito do pensamento de um Jean-François Lyotard (2) ou de um Jacques Derrida, (3) ou ainda da filosofia do processo (process philosophy) para reler-se de outra forma as cartas de Paulo.

Por que se fala de redescoberta? Talvez por que há um eclipse (passageira) após a Segunda Guerra mundial? Na época em que o marxismo e depois o estruturalismo ocupavam toda a cena? Todavia, os “novos” leitores de Paulo não são tão inovadores, uma vez que eles se inscrevem em uma longa tradição a exemplo de John Locke, (4) Friedrich Nietzsche, Soren Kierkegaard, (5) Max Weber (6) ou Martin Heidegger.(7) Os filósofos ocidentais, mesmo ateus, leram Paulo em seu tempo. Para todos esses filósofos, a leitura das cartas foi determinante como catalisador de seu próprio pensamento – que não se situava necessariamente na linha de Paulo e, mesmo seguidamente se opunha a ele. Isso prova que Paulo é um mestre… que faz pensar!

IHU On-Line – Em entrevista anterior à nossa revista, o senhor equipara Paulo a Agostinho, (8) Kant (9) e Hegel (10) como um dos fundadores do Ocidente. Quais são suas maiores contribuições a nós, homens e mulheres que vivem a pós-modernidade e suas contradições?

Alain Gignac – Começando a refletir sobre a sua questão, percebo que seria necessário um livro para respondê-la. Eu levantaria brevemente quatro pontos: ética, antropologia teologal, universalismo, ecologia.

Primeiramente, em uma época de individualismo e de consumismo exacerbados, Paulo nos confronta. Na história da literatura, trata-se do primeiro escritor a se expressar em “eu” com tal força. Mas o “eu” de Paulo é livre e inscrito em uma comunidade, não é individualista e isolado, nem escravo e alienado. Paulo é radical e exigente: a liberdade é preciosa e não poderia ser vendida. Além disso, todas as exortações paulinas convergem a isso: tudo o que se faz deve edificar, construir o indivíduo e a comunidade – indissociáveis. Creio então que a ética de Paulo seria uma herança a ser adotada – apesar de sua má reputação, Paulo não é um moralista, mas um liberal.

Em segundo lugar, creio também que sua concepção segundo a qual somos filho e filha de Deus, amados pelo criador do universo e co-herdeiros do Cristo – e então que podemos fazer esta experiência da filiação, que é a experiência do sopro de vida (espírito santo) em nós –, esta concepção é simplesmente revolucionária. Esta experiência de participar da própria vida de Deus funda também a fraternidade humana. Poder-se-ia repensar os direitos do homem (tão seguidamente desrespeitados) à luz de Paulo?

Em terceiro lugar, creio que a palavra de Paulo ainda não está ultrapassada: “Já não há judeu nem grego, nem escravo nem livre, nem homem nem mulher, pois todos vós sois um em Cristo Jesus” (Gálatas 3, 28).

Em quarto lugar, nesta época de desequilíbrio ecológico e de aquecimento climático, é preciso reler a passagem, em Romanos 8, em que Paulo afirma a interdependência entre a humanidade e o cosmos, dos quais ele compara os sofrimentos a um trabalho de gestação.

IHU On-Line – Por que considera Paulo o maior pensador messiânico de todos os tempos?

Alain Gignac – Não sou o autor desta ideia: trata-se mais precisamente do tema de Agamben, que tem uma visão bastante especial, pós-comunista, do messianismo, na linha de Walter Benjamin. (11) Agamben “descristologisa” o messianismo de Paulo, o esvazia do alcance experiencial (crer no Cristo aderir ao Messias, lhe dar a sua fé), para manter somente a estrutura. Para Agamben, o messianismo é uma postura e uma atitude política. É claro, minha leitura “messiânica” de Paulo é a de um teólogo, e não a de um filósofo. Para mim, Paulo é o primeiro que articulou uma cristologia – um discurso sobre Jesus Messias. Para o Apóstolo, a morte/ressurreição do Cristo constitui o pivô da história do mundo, do momento chave em que tudo se transforma em que se manifesta a justiça de Deus, no qual a idade de uma nova criação advém e substitui a idade antiga. Se tivéssemos somente os evangelhos, nossa reflexão sobre o Cristo seria amputada. Paulo é o primeiro pensador messiânico – foi nisso que ele contribui para fundar a Igreja.

IHU On-Line – Poderia explicar por que a nossa época seria o momento propício para compreender Paulo, e por que ele seria um dos textos maiores para compreender nossa época ?

Alain Gignac – Trata-se novamente de uma intuição (ou mesmo de uma obsessão) de Agamben: alguns momentos da história permitem melhor captar e atualizar as potencialidades de um texto. Nossa época seria a primeira a poder realmente captar a complexidade decisiva do pensamento paulino. Ora, isto é ou pretensioso ou milenarista. Acredito mais que o sentido de um texto, ou seja, sua orientação, está sujeito ao longo das idades e em função das épocas, a interpretações múltiplas, ou mesmo infinitas. Estas interpretações se acumulam e valorizam sem cessar as potencialidades de um texto do qual não se tinha tomado consciência até então. Cada geração pode então reler Paulo com proveito – e de fato, releu-se Paulo há 20 séculos. Por que não a nossa geração? Mas não temos o monopólio da interpretação correta de Paulo!

As cartas de Paulo constituem um grande texto? Neste aspecto, desconfio de mim mesmo, pois um crente acha o texto bíblico… inspirador. As cartas de Paulo possuem um poder intrínseco, ou se vêem investidas pelo leitor deste poder? Tudo é a ambivalência da noção de “clássico”: isto supõe uma seleção que, ao mesmo tempo, se impõe a nós e continua apesar de tudo arbitrária. Um clássico (o que se lê em classe… como leitura escolar obrigatória) será uma fonte, se o abrirmos. Um livro que não se lê, tenha ele tido o maior poder de subversão do mundo, continuará morto, à espera de ser atualizado.

Cartas que nos forçam a refletir

As cartas de Paulo, enquanto forem lidas (pois podem cessar de serem lidas: o que é um clássico pode cair em abandono), saberão nos sacudir, nos confrontar, nos forçar a refletir. A história da interpretação antes de nós mostra isso amplamente. Não há momento propício para ler Paulo, mas, ao contrário, a leitura de Paulo pode criar um momento propício, o momento capaz de criar o novo. Por quê?

Essencialmente por três razões – provavelmente interligadas. Primeiramente, a temporalidade paulina é construída sobre o modo do kairós que surge e vem interromper o chronos (cronologia): Bultmann (12) o salientou bem (e, paradoxalmente, cada um a sua maneira, Badiou e Agamben). O “agora” e o “doravante” são muito fortes em Paulo e colocam constantemente o leitor diante da urgência de uma decisão. (Mais uma vez, pode-se reler Romanos 3, 21-26, que começa por um sonoro “mas agora”.) Em segundo lugar, há um poder, uma veemência em Paulo – mas sou talvez influenciado pelo meu status de crente, para quem se trata de um texto canônico de referência. A poesia, a retórica, a implicação impetuosa de uma personalidade excepcional: parece-me que o texto paulino possui uma grande eficácia performativa. Em terceiro lugar, as cartas paulinas – e é provavelmente a razão pela qual os cristãos as conservaram – mantêm a marca da experiência da ressurreição.

IHU On-Line – Qual é seu parecer sobre a acusação de Nietzsche a Paulo de que ele deturpou o ensinamento de Cristo?

Alain Gignac – Não sou um especialista em Nietzsche, mas, à maneira do filósofo alemão, permitam-me jogar com as palavras. De sua parte, não se trata de uma maledicência (fundamentada), mas de uma calúnia (inventada). Nietzsche dissocia Jesus e Paulo para opô-los e para atacar o apóstolo se servindo de um Jesus que lhe convém. Nietzsche fabrica uma imagem de Jesus para, em seguida, provar sua tese segundo a qual Paulo inventou uma forma religiosa aberrante, o cristianismo, que toma o exato contrapé do ensinamento do fundador, do qual Paulo se proclama, no máximo da desonestidade, o mensageiro. Sobre isso, duas coisas. De um lado, para o apóstolo, Jesus não é uma mensagem, um ensinamento, um conjunto de valores mais ou menos humanistas, mas uma experiência (isto, Badiou entendeu melhor do que Nietzsche). Nós nos lembraríamos da personalidade e da sabedoria de Jesus, se os primeiros cristãos não tivessem feito a experiência de um encontro libertador do Vivo? Por outro lado, Nietzsche não soube ver que as cartas de Paulo são o eco do ensinamento de Jesus de Nazaré – mesmo se este é citado somente em caso raro (e, nestes casos raros, jamais de maneira muito clara, inclusive). O amor fraterno, a doçura, o ideal de perfeição evangélica que impulsiona o humano para o alto sem esmagá-lo sob uma moral do dever – tudo isto é muito presente em suas cartas.

IHU On-Line – Nessa perspectiva, qual sua posição sobre a pretensa teologia do ressentimento que Paulo teria fundado?

Alain Gignac – Para responder corretamente sua questão, ser-me-ia necessário reler Nietzsche. Pelo que sei, esta imagem forte do ressentimento classifica o cristianismo como uma religião de ódio. Desconhecendo o ensinamento de Jesus, os cristãos teriam desejado vingar não somente a sua morte, mas também a sua própria exclusão (diante dos Judeus, do Império etc.) Eles não teriam compreendido as motivações que animavam Jesus na aceitação de seu destino. As conseqüências deste ressentimento teriam sido a exaltação da pequenez e a fuga do mundo.

Parece-me que Nietzsche erra totalmente o seu alvo. Não reconheço Paulo na caricatura que ele faz. Além disso, ele ataca Paulo ou o cristianismo de seu tempo? Na minha leitura, Paulo não é nem raivoso nem animado pela vingança. Como Jesus, ele está ao lado dos excluídos e dos fracos (o que não agrada Nietzsche). Paulo não foge para um outro mundo: ao contrário, este mundo de Deus já é vivido. A ressurreição não é para amanhã, ele é hoje no centro de nossa existência.

Entretanto, o filósofo alemão apontou um ponto extremamente importante: “São Paulo desloca simplesmente o centro da gravidade de toda a existência, por de trás desta existência – na ‘mentira’ de Jesus ‘ressuscitado’” (O anticristo, § 42). A ressurreição está bem no centro da cristologia de Paulo – mas não se trata de uma fuga da vida presente, mas de sua transfiguração do interior! Se ele contesta tão fortemente Paulo, é porque o leu atentamente. E quem sabe por que vê nele um rival? Em Paulo, tudo passa pelo prisma da morte/ ressurreição – a cruz, por assim dizer. Então, tudo está “desfigurado”. Mais uma vez, jogando com as palavras, Paulo não tem necessidade de desfigurar o ensinamento de Jesus. O Cristo que ele propõe está desfigurado, uma vez que ele passou pela cruz – como ele lembra rudemente em Gálatas (3,1).

IHU On-Line – Essas críticas poderiam ser compreendidas como uma forma de apreendermos o cristianismo em sua versão mais primordial, sem a interferência paulina?

Alain Gignac – Sim, há uma interferência “paulina” entre nós e Jesus de Nazaré, e mesmo entre nós e a experiência pascal fundadora, mas ela é inevitável. Nós conhecemos Jesus somente através do testemunho situado e orientado dos primeiros cristãos – como Paulo. Neste sentido, creio que não há forma mais primordial do cristianismo que aquela que nos transmite, em sua diversidade plural, o Novo Testamento. A busca histórica pode tentar reconstruir, fora dos textos, o Jesus histórico ou a vivência dos primeiros cristãos em Jerusalém ou na Galiléia, mas isso continua sendo uma construção hipotética… e muito (demais) seguidamente sujeita ao “imaginário” do historiador (ou do filósofo). Paulo está também no princípio do cristianismo! Ele se torna cristão no máximo cinco anos após a morte de Jesus. Seria mais justo, ao invés de buscar como uma miragem uma versão “primordial” de um cristianismo puro e não deformado, de valorizar o pluralismo dos cristianismos durante o século I – ou seja, a diversidade das correntes na Igreja primitiva. Pode-se criticar Paulo, mas não se pode acusá-lo de deformar o cristianismo, de desfigurá-lo. A identidade cristã passa pela Páscoa.

Formulado de outra forma: o cristianismo não está fundado em Jesus, mas no Cristo – ou seja, uma interpretação pascal da vida e da morte de Jesus. Podem-se ver outras interpretações da experiência pascal, paralelas a de Paulo, que nos agradam mais, mas não há cristianismo primordial – somente figuras do Cristo concorrentes e finalmente contemporâneas à da desenvolvida por Paulo.

IHU On-Line – Como compreender que a morte na cruz, então a mais ignominiosa que se podia conceber, foi interpretada por Paulo como uma morte gloriosa, sublime, e assim difundida, segundo critica Nietzsche?

Alain Gignac – Paulo não fala da cruz gloriosa. Ao contrário, ele insiste sobre o escândalo da imagem desfigurada do Cristo. A proclamação messiânica de um messias crucificado é uma loucura. Sobre este assunto, é preciso reler os quatro primeiros capítulos da Primeira Carta aos Coríntios (que Nietzsche cita inclusive três vezes em O anticristo, §45: O filósofo, do âmbito da sabedoria humana, é verdadeiramente escandalizado por esta loucura que está no seio da predicação paulina). Paulo é consciente de que se trata de uma morte vergonhosa, mas ele está longe de dizer que se trata de uma morte gloriosa. Paulo não exclui o sofrimento nem o escândalo da morte. Sua retórica não visa à sublimação, mas marca fortemente o paradoxo. A argumentação repousa então sobre uma premissa: todo o mundo está de acordo que a cruz é uma aberração, uma derrota, ou até mesmo o sinal de uma maldição divina (como lembra Paulo em Gálatas 3, 10). Todavia, foi Deus quem ressuscitou este messias, o Cristo (Rm 1, 3-4). Em 1 Co 1-4, Paulo não fala imediatamente de ressurreição. Será preciso esperar o Capítulo quinze para que ele o faça (1 Co 15). Para ele, morte e ressurreição estão ligadas (Rm 6, 1-5): a cruz fica sem sentido sem a ressurreição, mas esta torna-se triunfal e desconecta da realidade se esquecermos a cruz. Os cristãos têm dificuldade de manter o equilíbrio: a cruz pode ser exaltada e tender ao masoquismo (e, este ponto, Nietzsche tem sem dúvida razão, em sua suspeita extrema), e a ressurreição pode tender ao apologético (“olhai como a mensagem do evangelho é forte e sublime…”).

Mais uma vez, Nietzsche é um leitor perspicaz. Ele tem razão em salientar a insistência de Paulo sobre a cruz e ele tem o direito, em nome de sua lógica, de rejeitar a linguagem paulina. Mas, ele está errado em chamar Paulo de desonesto, ou até mesmo de manipulador. Ao contrário, Paulo é honesto e consciente do escândalo de sua pregação. Se o apóstolo não pode fazer de outro modo, é porque seu discurso repousa sobre a experiência da ressurreição: a despeito do triunfo da morte, a vida o levou. Ao próprio lugar onde a força do pecado pareceu levá-lo, a justiça de Deus triunfou (Rm 8, 1-4). Para além das aparências, Paulo não tem escolha, uma vez que se trata de dar conta de sua experiência, de atestar e de testemunhar, e não de provar. Isto também Badiou compreendeu bem, melhor do que Nietzsche. O que distinguirá sempre o filósofo do apóstolo é justamente esta experiência. A ressurreição não é justamente uma dedução, um raciocínio, mas um encontro que se impõe a um sujeito que crê.

Notas

1.- ODELL-SCOTT, DAVID, dir. (2007), Reading Romans with Contemporary Philosophers and Theologians (Romans Through History and Cultures, 7), New York, T.&T. Clark (Romans Through History and Cultures, 7). (Nota do autor).

2.- Jean-François Lyotard (1924-1998): filósofo francês, autor de uma filosofia do desejo e significado representante do pós-modernismo. Escreveu, entre outros, A fenomenologia (Lisboa: Edições 70, 1954), O inumano: considerações sobre o tempo (Lisboa: Estampa, 1990), Heidegger e `os judeus` (Lisboa: Instituto Piaget, 1999) e A condição pós-moderna (8ª ed. Rio de Janeiro: José Olympio, 2004).

3.- Jacques Derrida (1930-2004): filósofo francês, criador do método chamado desconstrução. Seu trabalho é associado, com freqüência, ao pós-estruturalismo e ao pós-modernismo. Entre as principais influências de Derrida encontram-se Sigmund Freud e Martin Heidegger. Entre sua extensa produção, figuram os livros Gramatologia (São Paulo: Perspectiva, 1973), A farmácia de Platão (São Paulo: Iluminuras, 1994), O animal que logo sou (São Paulo: UNESP, 2002), Papel-máquina (São Paulo: Estação Liberdade, 2004) e Força de lei (São Paulo: WMF Martins Fontes, 2007). Dedicamos a Derrida a editoria Memória da IHU On-Line edição 119, de 18-10-2004. (Nota da IHU On-Line).

4.- John Locke (1632-1704): filósofo inglês, predecessor do Iluminismo, que tinha como noção de governo o consentimento dos governados diante da autoridade constituída, e, o respeito ao direito natural do homem, de vida, liberdade e propriedade. Com David Hume e George Berkeley era considerado empirista. (Nota da IHU On-Line).

5.- Soren Kierkegaard (1813-1855): filósofo existencialista dinamarquês. Alguns de seus livros foram publicados sob pseudônimos: Víctor Eremita, Johannes de Silentio, Constantín Constantius, Johannes Climacus, Vigilius Haufniensis, Nicolás Notabene, Hilarius Bogbinder, Frater Taciturnus y J, Anticlimacus. Filosoficamente, faz uma ponte entre a filosofia de Hegel e aquilo que viria a ser o existencialismo. Kierkegaard negou tanto a filosofia hegeliana de seu tempo, bem como aquilo que classificava como as formalidades vazias da igreja dinamarquesa. Boa parte de sua obra dedica-se à discussão de questões religiosas como a naturaza da fé, a instituição da igreja cristã, a ética cristã e a teologia. Autor de O conceito de ironia (1841), Temor e tremor (1843) e O desespero humano (1849). A respeito de Kierkegaard, confira a entrevista “Paulo e Kierkegaard”, realizada com o Prof. Dr. Álvaro Valls, da Unisinos, na edição 175, de 10-04-2006, da IHU On-Line. (Nota da IHU On-Line).

6.- Maximillion Weber (1864-1920): sociólogo alemão, considerado um dos fundadores da Sociologia. Ética protestante e o espírito do capitalismo (Rio de Janeiro: Companhia das Letras, 2004) é uma das suas mais conhecidas e importantes obras. Cem anos depois, a IHU On-Line dedicou-lhe a sua 101ª edição, de 17-05-2004. De Max Weber o IHU publicou os Cadernos IHU em formação nº 3, 2005, chamado Max Weber – o espírito do capitalismo. Em 10-11-2005, o professor Antônio Flávio Pierucci ministrou a conferência de encerramento do I Ciclo de Estudos Repensando os Clássicos da Economia, promovido pelo IHU, intitulada Relações e implicações da ética protestante para o capitalismo. (Nota da IHU On-Line).

7.- Martin Heidegger (1889-1976): filósofo alemão. Sua obra máxima é O ser e o tempo (1927). A problemática heideggeriana é ampliada em Que é metafísica? (1929), Cartas sobre o humanismo (1947), Introdução à metafísica (1953). Sobre Heidegger, a IHU On-Line publicou na edição 139, de 2-05-2005, o artigo O pensamento jurídico-político de Heidegger e Carl Schmitt. A fascinação por noções fundadoras do nazismo. Sobre Heidegger, confira as edições 185, de 19-06-2006, intitulada O século de Heidegger, e 187, de 3-07-2006, intitulada Ser e tempo. A desconstrução da metafísica, disponíveis para download no sítio do IHU (www.unisinos.br/ihu). Confira, ainda, o nº 12 do Cadernos IHU em formação, intitulado Martin Heidegger. A desconstrução da metafísica.

8.- Aurélio Agostinho (354-430): Conhecido como Agostinho de Hipona ou Santo Agostinho, bispo católico, teólogo e filósofo. É considerado santo pelos católicos e doutor da doutrina da Igreja.

9.- Immanuel Kant (1724-1804): filósofo prussiano, considerado como o último grande filósofo dos princípios da era moderna, representante do Iluminismo, indiscutivelmente um dos seus pensadores mais influentes da Filosofia. Kant teve um grande impacto no Romantismo alemão e nas filosofias idealistas do século XIX, tendo esta faceta idealista sido um ponto de partida para Hegel. A IHU On-Line número 93, de 22-03-2004, dedicou sua matéria de capa à vida e à obra do pensador. Também sobre Kant foi publicado este ano o Cadernos IHU em formação número 2, intitulado Emmanuel Kant – Razão, liberdade, lógica e ética. Os Cadernos IHU em formação estão disponíveis para download na página www.unisinos.br/ihu do Instituto Humanitas Unisinos – IHU. Kant estabeleceu uma distinção entre os fenômenos e a coisa-em-si (que chamou noumenon), isto é, entre o que nos aparece e o que existiria em si mesmo. A coisa-em-si (noumenon) não poderia, segundo Kant, ser objeto de conhecimento científico, como até então pretendera a metafísica clássica. A ciência se restringiria, assim, ao mundo dos fenômenos, e seria constituída pelas formas a priori da sensibilidade (espaço e tempo) e pelas categorias do entendimento.

10.- Friedrich Hegel (1770-1831): filósofo alemão idealista. Como Aristóteles e Santo Tomás de Aquino, tentou desenvolver um sistema filosófico no qual estivessem integradas todas as contribuições de seus principais predecessores. Sua primeira obra, A fenomenologia do espírito, tornou-se a favorita dos hegelianos da Europa continental no séc. XX. Sobre Hegel, confira a edição especial nº 217 de 30-04-2007, intitulada Fenomenologia do espírito, de Georg Wilhelm Friedrich Hegel (1807-2007), em comemoração aos 200 anos de lançamento dessa obra. Sobre Hegel, confira, ainda, a edição 261 da IHU On-Line, de 09-06-2008, Carlos Roberto Velho Cirne-Lima. Um novo modo de ler Hegel. (Nota da IHU On-Line).

11.- Walter Benjamin (1892-1940): filósofo alemão crítico das técnicas de reprodução em massa da obra de arte. Foi refugiado judeu alemão e, diante da perspectiva de ser capturado pelos nazistas, preferiu o suicídio. Um dos principais pensadores da Escola de Frankfurt. (Nota da IHU On-Line).

12.- Rudolf Karl Bultmann (1884-1976): teólogo luterano alemão nascido em Wiefelstede, Oldenburg, que propôs uma interpretação do Novo Testamento da Bíblia apoiada em conceitos de uma filosofia existencialista. Iniciou como professor sobre sua especialidade, o Novo Testamento (1916), em Breslau, Giessen e Marburg. Nessa cidade tomou contato com Martin Heidegger e a filosofia existencialista, que influenciou seu pensamento posterior. Morreu em Marburg, então Alemanha Ocidental. Seu primeiro livro foi Jesus (1926) e e sua mais famosa obra foi Das Evangelium des Johannes (1941). Na edição 114, de 06-09-2004, a revista IHU On-Line na publicou um debate sobre a obra Teologia do Novo Testamento, com a participação de Nélio Schneider e Johan Konings. (Nota da IHU On-Line).

 

Fonte: IHU – 20 dezembro 2008

Faustino Teixeira comenta livro de Martini

Uma fé que transborda fronteiras: diálogos com o Cardeal Martini

“Em tempos de “inverno eclesial”, Martini aponta o sonho de uma Igreja corajosa e ousada. Tem no horizonte o impulso profético que sinaliza o desafio de transmitir aos outros não as decepções da vida, mas os sonhos mais decisivos. E esses sonhos “nunca envelhecem”, escreve Faustino Teixeira, professor e pesquisador do Programa de Pós-Graduação em Ciência da Religião da Universidade Federal de Juiz de Fora (PPCIR-UFJF).

Uma singular novidade nesse tempo do advento é a recente tradução do livro do Cardeal Carlo Maria Martini (1927- ), Diálogos noturnos em Jerusalém. Trata-se de uma iniciativa da editora Paulus, em colaboração com a Cátedra Carlo Maria Martini (PUC-RJ). A obra traduz o debate entre o eminente Arcebispo emérito de Milão e o pe. Jesuíta Georg Sporschill. No centro dos diálogos, o sonho comum em favor de uma Igreja aberta e a esperança na juventude. O lugar do encontro também foi significativo: a cidade de Jerusalém. Essa “cidade da paz” reflete o toque doloroso de um tempo de intransparências. Ali se experimentam tensões, conflitos e ódio inter-religioso. Mas também a esperança: a percepção de que o trabalho em favor da paz envolve sempre um “processo doloroso”. É a cidade onde “Deus toca o mundo”. O Cardeal Martini é uma das mais importantes figuras do cenário eclesial contemporâneo. Inserido na tradição jesuíta, foi Arcebispo de Milão entre os anos de 1980 e 2002, e por muitos anos um forte candidato à sucessão papal. Ao completar 75 anos de idade, deixou a diocese de Milão e passou a morar na casa dos jesuítas em Jerusalém, considerada a “cidade do seu primeiro amor”.

O título do livro é bem sugestivo. Os diálogos são noturnos, pois “a noite é tempo de escuridão, da imaginação, de sentidos mais aguçados”. E o meio da noite já anuncia o dia em seu momento virginal. Como sublinha Georg Sporchill no início da obra, “os diálogos em Jerusalém, realizados num lugar onde a história dos cristãos teve seu começo, são também diálogos sobre o caminho da fé em tempos de incerteza”. São inúmeros os temas tratados no livro, entre os quais o desafio da abertura corajosa da Igreja ao mundo e aos outros, o percurso que leva à intimidade com Deus e o encontro com o Jesus amoroso e solidário. Vamos nos deter em alguns tópicos particulares.

Em tempos de “inverno eclesial”, Martini aponta o sonho de uma Igreja corajosa e ousada. Tem no horizonte o impulso profético que sinaliza o desafio de transmitir aos outros não as decepções da vida, mas os sonhos mais decisivos. E esses sonhos “nunca envelhecem”. Confessa, porém, que não acalenta hoje muitos sonhos ou esperanças numa Igreja jovem: “Aos 75 anos me decidi a rezar pela Igreja. Olho para o futuro (…). A utopia é importante. Só quando você tem uma visão é que o espírito o eleva acima de querelas mesquinhas”.

Acredita também na possibilidade de uma Igreja mais sintonizada com o tempo, mais compreensiva e solidária, mais disponível aos apelos dos jovens, mais integrada à realidade da vida. De forma corajosa, aponta o desafio eclesial de encontrar uma palavra nova e um caminho melhor no campo da sexualidade e da família, para além dos limites definidos na Encíclica Humanae Vitae, de Paulo VI (1968): “A Igreja recuperaria credibilidade e competência (…). Não podemos de modo algum esperar tanto tempo nos temas que tratam da vida e do amor”. Aborda igualmente questões candentes como o celibato – assinala que “nem todas as pessoas chamadas ao sacerdócio tenham este carisma” – a ordenação de homens casados, “experimentados e confirmados na fé”, e o homossexualismo, que a seu ver mereceria um tratamento mais sereno na Igreja. Para Martini, “A Igreja deve trabalhar em favor de uma nova cultura da sexualidade e do relacionamento”, e alimentar um profundo respeito à dignidade da pessoa humana, também no âmbito da sexualidade.

Em vários momentos do livro, o Cardeal Martini fala da importância do diálogo da Igreja com as diversas expressões religiosas e do desafio imprescindível de entrar no mundo do outro. As religiões têm, para ele, um papel essencial em nossos tempos: “Todas as Igrejas, todas as religiões têm como objetivo fazer o bem neste mundo, tornar o mundo mais luminoso”. Não há como manter-se fechado e enclausurado no círculo estreito de uma única tradição. Há que se deixar surpreender por Deus, pois “o Espírito sopra onde quer” e o “estupor pode também conduzir-nos a Deus”. Na visão de Martini, o desafio de ir ao encontro do outro, com atenção e delicadeza, traduz um dos caminhos que levam a Deus. Isso é viver verdadeiramente a abertura universal. Para superar a “estreiteza do coração” é necessário alargar as fronteiras: “Não se pode fazer um Deus católico. Deus está além dos limites e das definições que estabelecemos. Precisamos de limites na vida, mas não podemos confundi-los com Deus, cujo coração é sempre maior”.

Como reconhece o Cardeal Martini, as religiões são portadoras de um grandioso patrimônio espiritual: elas existem “para ajudar o maior número possível de pessoas a encontrar uma pátria em Deus”. Relata que em sua longa experiência encontrou amigos em distintas tradições religiosas, entre os quais estão “os anjos que podemos encontrar aqui na terra”. Foram experiências novidadeiras, mas que jamais o distanciaram do cristianismo. Sublinha que, ao contrário, esse convívio fraterno com os outros reforçou o seu amor à Igreja. O exercício de abertura dialogal com os outros, requer, porém, a presença de amigos que possam servir de guia nessa travessia. E esse caminho vai revelar novas e mais profundas facetas do ser cristão. Não há que temer os “estranhos”. O diálogo com o islã, foi um dos mais aprofundados por Martini. Nos tempos de sua atuação na diocese de Milão escreveu o clássico texto Nós e o Islã. O tema vem retomado no livro, trazendo facetas fundamentais que devem reger o diálogo entre as duas tradições religiosas. Assinala três fundamentais tarefas: em primeiro lugar a eliminação de preconceitos e imagens distorcidas construídas ao longo da história do cristianismo. Em segundo lugar, o reconhecimento das diferenças, mas também o desafio de afirmação da fé num único Deus. Em terceiro lugar, o exercício da práxis dialogal, da hospitalidade recíproca e da experiência comum de oração.

Toda essa abertura dialogal tem sua raiz na fé de Jesus e no seu testemunho essencial de hospitalidade inter-religiosa. Na abertura do livro, o pe. Georg Sporschill dizia que o Cardeal Martini nos possibilita um encontro peculiar com Jesus, a partir de uma perspectiva distinta da apresentada pelo Papa Bento XVI em seu livro sobre Jesus de Nazaré. O que há de singular aqui é o traço de Jesus “amigo dos publicanos e pecadores. Ele escuta as perguntas dos jovens. Ele provoca inquietação. Ele luta conosco contra a injustiça”. Para Martini, o que distingue o amor de Jesus é a sua experiência de amor que visibiliza o Deus misericordioso; e também a sua disponibilidade e abertura aos “estranhos”. Traz em sua vida um “amor aberto”. Jesus torna-se exemplo para o cristão que ousa corajosamente entrar em diálogo com os outros: “Jesus é nosso mestre nessa abertura aos ´estranhos`, que no seu tempo eram os pagãos e os soldados romanos”.

O Cardeal Martini sublinha em seu livro que o amor é o que há de mais essencial no nosso testemunho histórico, no nosso relacionamento humano. Seguindo a norma bíblica contida na versão original hebraica, há que amar o próximo, “porque ele é como tu”. E esse amor deve acontecer na atmosfera fundamental da bem-querença de Deus. Há que “buscar a Deus com sinceridade e prontos a nos entregar a ele”. E isso, para Martini, é “muito mais importante que uma exterior profissão de pertença religiosa”. Num tempo carente de vozes proféticas, o livro do Cardeal Martini revela-se auspicioso. Acende a chama de esperança nos cristãos que acreditam num novo modo de ser Igreja.

Fonte: Notícias – IHU On-Line: 20/12/2008

Leia Mais:
Diálogos Noturnos, de Carlo Martini, em português

Ecos de Darwin

IX Simpósio Internacional IHU Ecos de Darwin

:: Apresentação
Com o objetivo de debater a importância e as repercussões da obra de Charles Darwin por ocasião dos 200 anos de seu nascimento e dos 150 anos da publicação da primeira edição da Origem das Espécies, o Instituto Humanitas Unisinos – IHU – conjuntamente com o PPG em Filosofia da Unisinos e com o apoio do Colégio Anchieta de Porto Alegre, promove o IX Simpósio Internacional IHU Ecos de Darwin a ser realizado na Unisinos, de 9 a 12 de setembro de 2009

:: Realização
Início: 09 de setembro de 2009
Término: 12 de setembro de 2009
Horário: conforme o programa
Duração total: 40 horas
Local: Anfiteatro Pe. Werner – Av. Unisinos, 950 – São Leopoldo – RS

:: Objetivo
. Expor as raízes históricas da teoria darwiniana na Origem das Espécies
. Discutir as implicações da revolução científica, metodológica e epistemológica do evolucionismo darwiniano
. Explorar as novas perspectivas epistemológicas, éticas, sociais e religiosas suscitadas pela discussão do pensamento darwiniano

:: Público-alvo
Professores (as), pesquisadores (as), estudantes universitários(as) e comunidade em geral

Mesters assessora Curso de Verão em Goiânia

Nos 20 anos do Curso de Verão em Goiânia, Mesters é o assessor

O Curso de Verão de Teologia e Educação Popular de Goiânia completa 20 anos e terá como seu assessor principal o frei Carlos Mesters. O curso se realiza de 5 a 10 de janeiro de 2009, na IFITEG 7ª. Criado em 1990, o Curso de Verão tem como meta a formação popular na esfera bíblica, teológica, pastoral e de compromisso ecumênico transformador em relação às Igrejas e à sociedade. Naquele ano, foi assumido pela Arquidiocese de Goiânia, como desdobramento do Curso de Verão do CESEP, São Paulo, que há dois anos vinha acontecendo no Auditório do Tuca-PUC e tinha como objetivo desafogar a grande demanda de São Paulo, acolhendo os interessados da região Norte e Centro-Oeste. No curso de 2009, frei Carlos Mesters, um dos mais conhecidos biblistas do Brasil, vai ajudar a refletir sobre Paulo e as comunidades, tema que se relaciona ao ano Paulino da Igreja Católica Romana, instituído para comemorar os 2000 anos do nascimento do apóstolo Paulo…

Fonte: CEBI – 16 de dezembro de 2008